Turisti a Sparta. Il passato che non torna e l’invenzione della tradizione

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Abstract

Un elemento che sembra concorrere in misura determinante alla definizione del turismo come prassi socioculturale diffusa è la tensione tra l’aspettativa della dimensione esotica e straniante da un lato, e dall’altro la tendenza all’inglobamento “autoidentitario”. Questa definizione consente di riflettere sui due livelli qui in gioco: lo spostamento e l’identità. La vulgata che fa iniziare nel XVII secolo le prime tracce di pratiche turistiche si scontra con testimonianze rilevanti su pratiche comparabili nel mondo antico. Già Platone (Leggi XII 949-950) teorizza l’utilità filosofica del “turismo” intellettuale. Il caso più interessante è però quello del “turismo” culturale a Sparta, divenuto rapidamente tappa obbligata della classe dirigente greco-romana. Poiché la memoria procede in modo “ricostruttivo”, non stupisce osservare a Sparta un raffinato processo di riorganizzazione del passato che reagisce a tale pressione e conduce ad una vera e propria invenzione della tradizione fondata sulla tensione tra purezza e contaminazione, tra conservazione e permeabilità al mutamento. A Sparta la comunità tutta insieme si fa tableau vivant di un passato che assume i colori esagerati dei canti epici. Ciò comporta “ri-creare” un paesaggio culturale, o meglio “in-ventarlo”, investire i simboli della propria cultura di nuovi significati (Roy Wagner), attraverso la produzione di un “surplus de signification” (C. Lévi-Strauss).
Lingua originaleItalian
pagine (da-a)43-52
Numero di pagine130
RivistaARCHIVIO ANTROPOLOGICO MEDITERRANEO
VolumeARCHIVIO ANTROPOLOGICO MEDITERRANEO on line
Stato di pubblicazionePublished - 2010

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