Siciliani in terra d'Africa: la rifondazione di Tripoli tra Ferdinando il Cattolico e Carlo V

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Abstract

Una domenica sera dell’agosto del 1510 Palermo vista dal mare doveva brillare, illuminata com’era dalle lanterne accese poste alle porte e alle finestre delle case: le luminarie, durate tre giorni, facevano seguito a una solenne processione che aveva attraversato la città per concludersi nella Cattedrale dove l’Arcivescovo aveva celebrato una messa in ringraziamento della «prospera nova di la victoria et conquesta dila chita di Tripuli di la secta maugmetana», giunta in verità alla corte della capitale siciliana con un qualche ritardo.Già Trasselli, ormai quasi quaranta anni fa, mise in evidenza il ruolo, trascurato allora come oggi, del Regno di Sicilia nella conduzione dell’impresa di Tripoli e, soprattutto, nella riorganizzazione e nella successiva ricostruzione del presidio africano, in primo luogo dal punto di vista degli apparati difensivi, affidate di fatto al governo siciliano e portate avanti tra mille difficoltà per oltre un decennio, sino alla consegna della città nel 1523 al Gran Maestro dell’Ordine Gerosolimitano. In particolare, la Sicilia dovette sobbarcarsi anche il grave onere, non solo economico, della rifondazione della città devastata e spopolata a seguito di eccidi e deportazioni, oltre che quello, ben più urgente per la Corona, della costruzione della nuova fortaleza posta all’imbocco del porto della capitale libica, una cittadella moderna già dotata di bastioni, aderente quindi ai nuovi principi dell’architettura militare italiana, destinata a far fronte a un sempre imminente attacco turco.Se sono noti i continui approvvigionamenti di vettovaglie, armi e materiali costruttivi necessari al sostentamento di Tripoli e della nuova comunità cristiana insediatasi, costretta a vivere reclusa nella città-fortezza e del tutto dipendente dai rifornimenti della madre patria, meno conosciuto è invece il consistente flusso di siciliani operatori del mondo dell’architettura – capomastri, manovali, carpentieri, calcinai, nonché gli stessi ingegneri regi – tra le due sponde del Mediterraneo, impegnati nella conduzione degli spesso complessi cantieri promossi dal governo ed esposti agli enormi rischi legati tanto al viaggiare per mare quanto al risiedere in un insediamento così isolato e di frontiera. Se, infatti, ben pochi siciliani – forse in verità nessuno – accettarono di trasferirsi come coloni nella città conquistata, stimando la vita più preziosa dei benefici che il vicerè Ugo Moncada con un apposito bando già sin dal 1511 aveva accordato, diverso fu il caso di tecnici e maestranze a cui era stato affidato, soprattutto con la ripresa delle attività edilizie conseguente alla successione alla Corona, il compito di ricostruire la Tripoli di Carlo V: uomini, questi, dei quali i documenti rivelano tra le righe tutte le difficoltà e le paure per una missione in terra nemica da cui tanti avrebbero potuto non fare ritorno.
Lingua originaleItalian
Titolo della pubblicazione ospiteIdentità e frontiere. Politica, economia e società nel Mediterraneo (secc. XIV-XVIII)
Pagine188-199
Numero di pagine12
Stato di pubblicazionePublished - 2015

Serie di pubblicazioni

NomeSTORIA/STUDI E RICERCHE

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