Lo stadio di Wimbledon: per una teoria dell'adattamento

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Abstract

Se "Lo stadio di Wimbledon" (1983) di Daniele Del Giudice nasce soprattutto come meditazione sulla vocazione creativa, sono certamente le suggestioni sulla scrittura a imporlo all’attenzione della critica. Del Giudice, che ha ribadito più volte nella sua opera la centralità dell’immaginario cinematografico, non ha certamente mai creduto alla presunta “inadattabilità” del suo romanzo: l’incontro con l’attore e regista francese Mathieu Amalric, che ha portato alla realizzazione del film "Le stade de Wimbledon" (2001), è stata un’occasione propizia per ulteriori riflessioni sull’adattamento. Ma è tornando alla pagina scritta che si trova l’intuizione più importante, ben nascosta nella trama del testo in un monologo del protagonista: quando la nostra previsione di qualcosa viene contraddetta dalla realtà, noi sposiamo immediatamente la nuova percezione, e questo adeguamento percettivo – che cancella l’immaginazione precedente – ben lungi dal provocare insoddisfazione, determina un “leggero benessere”. Perché non considerare la nostra esperienza di spettatori di un adattamento cinematografico nella stessa prospettiva? Una risposta non convenzionale come questa difficilmente può suscitare nell’immediato un consenso generalizzato, ma può certamente seminare il dubbio e – nel tempo – produrre quella rivoluzione copernicana che la banalità del dibattito sull’adattamento ha sempre respinto, lusingando la centralità tolemaica di un lettore mai diventato pienamente spettatore.
Lingua originaleItalian
pagine (da-a)367-376
Numero di pagine10
RivistaSTUDI NOVECENTESCHI
VolumeXL, 86
Stato di pubblicazionePublished - 2013

Cita questo

Lo stadio di Wimbledon: per una teoria dell'adattamento. / Volpe, Sandro.

In: STUDI NOVECENTESCHI, Vol. XL, 86, 2013, pag. 367-376.

Risultato della ricerca: Article

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TY - JOUR

T1 - Lo stadio di Wimbledon: per una teoria dell'adattamento

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N2 - Se "Lo stadio di Wimbledon" (1983) di Daniele Del Giudice nasce soprattutto come meditazione sulla vocazione creativa, sono certamente le suggestioni sulla scrittura a imporlo all’attenzione della critica. Del Giudice, che ha ribadito più volte nella sua opera la centralità dell’immaginario cinematografico, non ha certamente mai creduto alla presunta “inadattabilità” del suo romanzo: l’incontro con l’attore e regista francese Mathieu Amalric, che ha portato alla realizzazione del film "Le stade de Wimbledon" (2001), è stata un’occasione propizia per ulteriori riflessioni sull’adattamento. Ma è tornando alla pagina scritta che si trova l’intuizione più importante, ben nascosta nella trama del testo in un monologo del protagonista: quando la nostra previsione di qualcosa viene contraddetta dalla realtà, noi sposiamo immediatamente la nuova percezione, e questo adeguamento percettivo – che cancella l’immaginazione precedente – ben lungi dal provocare insoddisfazione, determina un “leggero benessere”. Perché non considerare la nostra esperienza di spettatori di un adattamento cinematografico nella stessa prospettiva? Una risposta non convenzionale come questa difficilmente può suscitare nell’immediato un consenso generalizzato, ma può certamente seminare il dubbio e – nel tempo – produrre quella rivoluzione copernicana che la banalità del dibattito sull’adattamento ha sempre respinto, lusingando la centralità tolemaica di un lettore mai diventato pienamente spettatore.

AB - Se "Lo stadio di Wimbledon" (1983) di Daniele Del Giudice nasce soprattutto come meditazione sulla vocazione creativa, sono certamente le suggestioni sulla scrittura a imporlo all’attenzione della critica. Del Giudice, che ha ribadito più volte nella sua opera la centralità dell’immaginario cinematografico, non ha certamente mai creduto alla presunta “inadattabilità” del suo romanzo: l’incontro con l’attore e regista francese Mathieu Amalric, che ha portato alla realizzazione del film "Le stade de Wimbledon" (2001), è stata un’occasione propizia per ulteriori riflessioni sull’adattamento. Ma è tornando alla pagina scritta che si trova l’intuizione più importante, ben nascosta nella trama del testo in un monologo del protagonista: quando la nostra previsione di qualcosa viene contraddetta dalla realtà, noi sposiamo immediatamente la nuova percezione, e questo adeguamento percettivo – che cancella l’immaginazione precedente – ben lungi dal provocare insoddisfazione, determina un “leggero benessere”. Perché non considerare la nostra esperienza di spettatori di un adattamento cinematografico nella stessa prospettiva? Una risposta non convenzionale come questa difficilmente può suscitare nell’immediato un consenso generalizzato, ma può certamente seminare il dubbio e – nel tempo – produrre quella rivoluzione copernicana che la banalità del dibattito sull’adattamento ha sempre respinto, lusingando la centralità tolemaica di un lettore mai diventato pienamente spettatore.

UR - http://hdl.handle.net/10447/93604

M3 - Article

VL - XL, 86

SP - 367

EP - 376

JO - STUDI NOVECENTESCHI

JF - STUDI NOVECENTESCHI

SN - 0303-4615

ER -