La resa di Sfacteria e l'identità spartana

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Abstract

Nell’agosto del 425, un manipolo di 292 opliti lacedemoni fra i quali circa 120 Spartiati, questi ultimi fra i più autorevoli e appartenenti a ragguardevoli famiglie spartane bloccato nell’isola di Sfacteria, si arrese ad un esercito ateniese. La risoluzione adottata dai ”mitici” Spartiati dovette suscitare in tutta la Grecia profondo stupore, se non addirittura sdegno e riprovazione morale, sia pure di diversa intensità a seconda delle simpatie politiche. L’enfasi con cui Tucidide stigmatizza il valore emblematico di tale resa sull’inconscio collettivo ha offerto l'opportunità di riflettere sulla grande capacità manifestata dallo stato spartano nel costruire un’immagine di sé dal forte contenuto ideologico e propagandistico, una evidente istanza di “autorappresentazione, funzionale al contesto interno ed esterno. Nel racconto tucidideo relativo all’episodio della resa, pur tra ambiguità e, forse, omissioni o silenzi, sembra di cogliere un impulso ad affermare, in maniera più o meno larvata e contro opinioni di segno contrario, l’intimo convincimento relativo al carattere non anomalo della scelta operata dagli Spartiati a Sfacteria in linea con gli ideali da sempre professati. Una scelta determinata dalla bieca logica della guerra che si stava combattendo tra Atene e Sparta ma che la retorica bolsa dell’avversario avrebbe stigmatizzato o avrebbe voluto far passare come atto di pura viltà. L’identità spartana si sarebbe trasformata per sopravvivere.
Lingua originaleUndefined/Unknown
Stato di pubblicazionePublished - 2007

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