Il pranzo di Babele. Misunderstanding nel film "Il pranzo di Babette"

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Abstract

“Il pranzo di Babette” (1987), trasposizione cinematografica del regista danese Gabriel Axel dell’omonimo racconto di Karen Blixen, inizialmente contenuto nella raccolta di scritti “Anectodes of Destiny” pubblicato a firma Isak Dinensen (pseudonimo della sua autrice) ha riscosso un unanime consenso di critica e pubblico, vincendo prestigiosi premi quali l’Oscar come miglior film straniero e la menzione speciale della giuria ecumenica del festival di Cannes, sbancando i botteghini in giro per il mondo. Il film è diventato un grande classico del cinema culinario, in grado di radicarsi nel senso comune e diventare pertanto fonte di ispirazione per letterati e cinefili che ne hanno analizzato e discusso il messaggio di fondo ma anche per professionisti e semplici appassionati di cucina e gastronomia che in tutto il mondo si sono riferiti al film per intitolarvi ristoranti (il celebre ristorante Babette di via Margutta a Roma), libri di ricette e perfino blog culinari (ilpranzodibabette.com). A fare da sfondo comune a questo entusiasmo così tenace e prolungato è una sorta di tacito consenso sul ruolo del cibo come linguaggio universale, in grado di sanare i conflitti, riportare a una sorta di perduto buon senso denegato dalle ideologie troppo radicali e astratte e, per questa via, restaurare la fede nel divino e la speranza attraverso il sacrificio generoso e gratuito di chi è rivolto alla salvezza (culinaria!) del mondo.Sia il racconto della Blixen che il film di Gabriel Axel conservano un carattere di esemplarità duplice, come testi fondamentali di un possibile discorso culinario, ma anche come elementi iniziali di una tendenza che nei nostri anni si sarebbe rivelata in tutta la sua forza. La rivalutazione del “senso minore” del gusto diviene qualcosa di fondamentale nel processo di de-industrializzazione che stiamo attraversando, e investe ogni ambito di relazione della nostra contemporaneità. Essa è di dominio socioculturale e politico perché pone con forza la questione dell’identità di gruppo (siamo ciò che mangiamo) ma è anche questione economica e organizzativa (distribuire cibo alla popolazione mondiale senza rischiare l’impoverimento irreversibile delle nostre terre), costruisce una psicologia di gruppo, che attraverso il cibo cerca una risposta allo sradicamento identitario del postmoderno ma è anche strumento di piacere e di riscoperta dell’individualità. Questi assetti producono un’infinità di discorsi: si parla di cibo, ossessivamente, in televisione e al cinema, su internet (blog culinari e riviste online), nei quotidiani e al bar. Nulla di male in questa proliferazione, che è forse segno dei tempi, ciò che interessa in questa sede è che tale pervasività produce delle vere e proprie ideologie del cibo che funzionano come moneta di scambio delle relazioni nella quotidianità. Rivelare l’arbitrarietà di questi sistemi, denunciare la costruzione di questi miti, diceva Roland Barthes è compito della semiotica.Questo studio ha scelto “Il pranzo di Babette”, allora, anche per il suo carattere esemplare. Il più noto e importante film sul cibo è portatore di un’ideologia da smascherare, quella del cibo universale, del cibo come arte immediata e gratuita. Per questo, attraverso un’attenta analisi testuale, proverà a riconfigurare il personaggio di Babette in una dinamica di azione localizzata, come personaggio (trickster) al centro di relazioni interculturali complesse, tutte mediate dal cibo. Se si assume una prospettiva di questo genere, si possono mettere in luce i fraintendimenti fra le parti in causa del ra
Lingua originaleItalian
Titolo della pubblicazione ospiteDietetica e semiotica. Regimi di senso.
Pagine227-259
Numero di pagine33
Stato di pubblicazionePublished - 2013

Serie di pubblicazioni

NomeMIMESIS. INSEGNE

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