DALL'IMMAGINE ALLA PAROLA. LA FOTOGRAFIA COME MEDIAZIONE DEL PENSIERO IN GRUPPI DI OPERATORI DI COMUNITÀ

Risultato della ricerca: Other

Abstract

Gli operatori delle comunità per minori possono andare incontro, nel gestire il continuo contatto con situazioni di rischio e sofferenza ad una sorta di contagio emotivo in cui le emozioni dei piccoli utenti si radicano nell’operatore e diventano elemento di disagio e fattore traumatico, portatore di rischio per il proprio Sé e per i compiti di cura e protezione che si è chiamati a svolgere (Barberis,2001; Di Vita et al., 2009; Foti, 2003).La violenza delle emozioni in gioco, le dinamiche che investono l’equipe e la natura degli interventi creano elementi di criticità nei professionisti e nell’intera equipe (poiché il lavoro dell’operatore è di gruppo e per il gruppo), che richiedono particolare attenzione, e permettono di maturare l’idea, spesso sottovalutata dalle organizzazioni sociali, dell’importanza di “prendersi cura dei curanti” (Lama A., 2009). Si rivela dunque necessario riflettere su bisogni, vissuti, ed idee dei curanti/operatori di comunità, indagare emozioni e stati d’animo sollecitati dalle relazioni quotidiane con minori vittime di abuso e/o maltrattamento, nonché approfondire l’area delle strategie messe in atto, dai singoli e nella rete, per gestire tali vissuti.A partire da queste premesse il progetto di ricerca qui presentato persegue la finalità di “dar voce” agli operatori e, a partire dai loro racconti, approfondire l’area delle emozioni nel contesto lavorativo delle comunità per minori. Vista la caratterizzazione gruppale delle equipe di lavoro in comunità, si è pensato di strutturare delle situazioni di ascolto in cui gli operatori potessero esprimere, in un contesto di gruppo, proprio i vissuti e l’“impatto emotivo” suscitati in loro dal lavoro con i minori vittima di abuso.La consapevolezza delle difficoltà riscontrabili quando si affrontano temi “forti” come le emozioni, ha portato a scegliere, come ausilio al percorso di gruppo, la tecnica del Photolangage, che, seppur non utilizzata nella sua originaria connotazione terapeutica, ha consentito di “facilitare” gli scambi all’interno dei gruppi, amplificandone i risultati. Il Photolangage si basa sull’utilizzo, in gruppo, della mediazione dell’immagine fotografica, che consente, a partire dalla consegna, e tramite la formulazione di una domanda, di esporre contenuti mentali difficilmente raggiungibili con il solo mezzo verbale (Vacheret et al. 2002). In questo tipo di gruppi, la sinergia tra le caratteristiche del gruppo e quelle dell’oggetto mediatore (Vacheret, Joubert, 2008), che si rinforzano a vicenda in una congiunzione di processi, permette di migliorare il lavoro di gruppo e può essere particolarmente utile con un pubblico poco abituato al contatto ed alla riflessione sulle emozioni in quanto consente l’accesso a differenti forme di pensiero poco accessibili al soggetto singolo.I partecipanti alla ricerca sono gli operatori di 6 comunità residenziali per minori del territorio di Palermo, che hanno volontariamente aderito alla richiesta di collaborazione alla ricerca. In totale si tratta di 37 operatori, 4 maschi e 33 femmine, di età compresa tra i 24 ed i 54 anni (M=33,72). Le equipe di cui fanno parte questi operatori sono composte in media da 10 persone ripartite tra i diversi ruoli (responsabili, psicologi, educatori, ausiliari). In tutte le comunità sono state affrontate situazioni legate a casi di abuso o sospetto abuso, con una variabilità tra i 2 ed i 9 casi negli ultimi due anni. Ai partecipanti alla ricerca è stato chiesto di compilare una breve scheda di raccolta dati sulla comunità ed il proprio ruolo professionale, e di partecipare ad u
Lingua originaleItalian
Numero di pagine0
Stato di pubblicazionePublished - 2011

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