La liquidazione dell’attivo: tutela dei creditori e dei valori di impresa

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La legge fallimentare del 1942 prevedeva come conseguenze del dissesto la cessazione dell’attività d’impresa e la liquidazione del suo patrimonio; e ciò in connessione al modello di mercato liberista, tenuto presente dal legislatore storico nel formulare la normativa concorsuale. Reputando che, in un’economia liberale, fosse opportuno escludere dal mercato l’impresa insolvente e allocare le sue risorse presso altre imprese, capaci di utilizzarle in maniera più efficiente, non si avvertiva ancora l'esigenza di procedure di risanamento e di liquidazione idonee alla conservazione dei valori di impresa.
Il legislatore della riforma fallimentare, preso atto che l’impianto normativo della disciplina delle procedure concorsuali aveva progressivamente perso la sua aderenza al modello di mercato invalso, ha perciò emanato due provvedimenti di estrema rilevanza: dapprima, la legge 14 maggio 2005, n. 80 (c.d. “miniriforma”), che ha modificato le norme in tema di revocatoria fallimentare e concordato preventivo; poi, il d.lgs. 17 gennaio 2006, n. 5, recante una riforma organica delle procedure concorsuali (da ultimo emendata e integrata con il d.lgs., 12 settembre 2007, n. 169). Tali provvedimenti appaiono orientati da una prospettiva nettamente differente da quella tradizionale, giacché il proposito delle nuove procedure non sembra più quello di eliminare le “imprese malate” per assicurare il risanamento dell’economia, ma all’opposto quello di tutelare, ove possibile, la conservazione dei complessi aziendali (o del relativo valore combinato) al fine di garantire la maggior soddisfazione possibile dei creditori. È indubbia, perciò, la presa d’atto che la cessazione dell’attività e la liquidazione del patrimonio dell’impresa non sempre sono il mezzo più adeguato per la tutela dei soggetti a vario titolo esposti all’insolvenza di un im-prenditore; lo stesso scopo può essere a volte meglio conseguito attraverso strumenti diversi, effettivamente corrispondenti agli interessi dei creditori o degli altri interlocutori che ruotano attorno all’impresa.
Il nuovo orientamento sotteso all’elaborazione della normativa concorsuale è particolarmente evidente nella disciplina, recentemente riformata, della liquidazione dell’attivo – e del programma di liquidazione in particolare – dove si possono riscontrare gli assi portanti della riforma.
Centrale – nell’impianto della nuova disciplina – appare l’idea secondo cui la liquidazione dell’attivo implica anche un’attività di amministrazione/gestione da parte del curatore, nel senso di programmazione, pianificazione, ponderazione degli interessi, valutazione e scelta fra le alternative, apprezzamento discrezionale delle opportunità e delle istanze in gioco. Ciò pare peraltro confermato dalla nuova formulazione dell’art. 104-ter, comma primo, l.f. (nella formulazione risultante dal d.lgs, 16 ottobre 2007, n. 169), in cui viene ora espressamente chiarito che il programma di liquidazione “costituisce l’atto di programmazione e di indirizzo in ordine alle modalità e ai termini previsti per la realizzazione dell’attivo”. Al contrario, appare ormai tramontata l’idea più tradizionale secondo la quale la liquidazione del patrimonio del debitore non comporterebbe alcuna attività gestoria da parte del curatore ma solo un’attività vincolata, posta in essere sotto lo stretto controllo dell’autorità giudiziaria.
Per questa ragione in dottrina è stato sostenuto che la riforma della legge fallimentare ha attuato una “privatizzazione” delle procedure concorsuali. Il presente progetto si pone l’obiettivo di verificare se e in che termini, alla luce delle nuove norme, si possa effettivamente parlare di “privatizzazione” delle procedure concorsuali (come parte della dottrina ha sostenuto), nonché, per quel che più ci interessa
StatoFinito
Data di inizio/fine effettiva9/22/089/21/09

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