Studio di associazione tra parodontite e Malattia di Alzheimer/Demenza: dati di popolazione dello Zabùt Aging Project

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La demenza è una sindrome multifattoriale estremamente disabilitante tipica dell’età senile la quale affligge in Italia circa 900.000 soggetti. Esistono diverse forma di demenza, la più comune delle quali è rappresentata dalla malattia di Alzheimer (AD), che costituisce circa il 50-70% di tutti i casi di demenza. La prevalenza della demenza è di circa il 5% della popolazione over 65 anni, ma raggiunge oltre il 30% nei soggetti over 85 anni (Ferri et al Lancet 2005). L'incidenza è compresa tra l'1 e il 5 per mille della popolazione generale, e tra l'1% e il 24% negli anziani e negli ultraottantenni. È stato ipotizzato che interventi diagnostici/terapeutici in grado di anticipare la diagnosi o posticipare di 5 anni l’esordio della AD possano contrastare tale trend in aumento, riducendo di circa il 50% le stime di prevalenza nei prossimi decenni.

Nella stessa ottica, si è valutata la possibilità di riconoscere e definire le manifestazioni prodromiche della AD, al fine di predire la diagnosi e quindi il trattamento della AD conclamata di alcuni anni. Il termine più accettato ed impiegato per definire la fase prodromica della AD è Mild Cognitive Impairment (MCI) (Petersen et al 1999, Arch Neurol), condizione caratterizzata da deficit mnemonici e/o cognitivi di vario tipo con un lieve deterioramento delle attività routinarie. Tuttavia, gli studi finora condotti, di tipo esclusivamente descrittivo, hanno rilevato che il MCI è un’entità assai eterogenea e variabile dal punto di vista clinico, caratterizzata perfino dalla possibilità di una completa regressione, che necessita pertanto di essere meglio indagata sul piano dei fattori di rischio e dell’inquadramento diagnostico.

I fattori di rischio finora noti per l’AD sono l’età e la familiarità. Recenti dati suggerirebbero altre ipotesi eziopatogenetiche che vedono nel controllo delle patologie dismetaboliche e vascolari (e.g. ipertensione, diabete, obesità, sindrome metabolica ecc) (Vanhanen et al, Neurology 2006; Qiu et al, Curr Opin Psychiatry 2007), dello stress ossidativo cellulare indotto dalla carenza di micronutrienti anti-ossidanti (Mangialasche et al, Ageing Res Rev 2009) e di alcune condizioni infettive croniche la possibilità di ridurre il rischio di insorgenza e progressione delle patologie neurodegenerative, inclusi l’AD ed il MCI, sebbene ciascuna di tali ipotesi è tuttora da definire.

Inoltre, l’aumento dell’età media a livello della popolazione generale ha comportato un incremento delle malattie infettive. L'aumentata suscettibilità alle infezioni età-correlate dipende da vari meccanismi (e.g. fattori epidemiologici, immunosenescenza, malnutrizione ed alterazioni anatomo-fisiologiche associate all'invecchiamento). Tuttavia è stato ipotizzato che lo status infettivo stesso, specie se agisce cronicamente nel tempo, può a sua volta interferire con la fisiopatologia dell'invecchiamento. I meccanismi che spiegherebbero tale interferenza sono diversi: la distruzione tissutale patogeno-dipendente, lo squilibrio tra gli effetti protettivi e destruenti dell'attivazione immunologica, l'aumento dello stato infiammatorio o un invecchiamento cellulare accelerato da un aumentato turnover. Tra questi, l'aumento dello stato infiammatorio e lo squilibrio negli effetti dell'attivazione immunologica sembrano svolgere un ruolo assai rilevante in quanto in grado di indurre effetti locali e sistemici, producendo danni anche in tessuti non direttamente esposti ai microorganismi patogeni.

Dati recenti suggeriscono che il carico infettivo sistemico sia più importante della presenza di un patogeno specifico, e che esso possa contribuire, attraverso un'infiammazione generalizzata, a diverse patologie correlate all'invecchiamento (aterosclerosi, AD, broncopneumopatie croniche ostruttive). In accordo con tale ipotesi, tutte le infezioni croniche possono contribuire al carico infiammatorio globale e partecipare, come cofattore aggrava
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