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1. La ricerca si propone di analizzare il fenomeno della persuasione da un punto di vista filosofico-linguistico. Generalmente per persuasione si intende la capacità di modificare pensieri, atteggiamenti e comportamenti dei propri simili in un modo che, almeno in linea di principio, passa attraverso un percorso consapevole e lascia sempre aperta all’altro la possibilità di rifiutarsi, di dire di no (Piattelli Palmarini, 1995; Cavazza 2006). Il nostro intento primario è mettere in discussione tale definizione per verificare se essa sia realmente in grado di descrivere e rendere conto di questo complesso fenomeno o se non sia invece possibile una diversa prospettiva. Una prospettiva che miri a rintracciare, da un lato, l’eventuale specificità dei processi persuasivi rispetto ad altre forme di reciproca influenza (riscontrabili non solo tra gli esseri umani ma anche in alcune specie animali) e, dall’altro, la relazione tra la capacità di persuadere ed altre abilità specificamente umane, prima fra tutte il linguaggio verbale.
In sintesi, la domanda che ci poniamo è: che posto occupa il fenomeno della persuasione nella costituzione della specie-specificità dell’animale umano? E, di conseguenza, che ruolo svolge la finalità persuasiva nell’organizzazione del linguaggio verbale?
L’ipotesi che si intende mettere alla prova è che la persuasione costituisce un tratto antropologico. Ciò significa che essa non rappresenta soltanto un caso particolare di comunicazione – interessante solo per i professionisti della parola – ma è un fenomeno che si colloca al cuore della natura umana, al punto che è possibile ipotizzare che esso abbia un valore “antropo-poietico”.
2. Per meglio chiarire l’orizzonte nel quale intendiamo muoverci occorrono alcune precisazioni:
a) La nostra attenzione non sarà concentrata sulla persuasione concretamente attuata ma sulla possibilità della persuasione, sia nel suo aspetto passivo (disponibilità a lasciarsi persuadere) sia in quello attivo. Oggetto del nostro interesse non sarà tanto la persuasione riuscita ma, innanzitutto e principalmente, quella tentata. Ciò, naturalmente, non esclude che sia interessante anche cercare di capire le possibili ragioni dell’eventuale successo o fallimento di un discorso con finalità persuasive, ma si tratta di un passo successivo.
b) Provare a guardare alla persuasione come un tratto antropologico non significa sostenere che tutti gli atti linguistici abbiano sempre ed esclusivamente uno scopo persuasivo. Si tratta piuttosto di verificare se, ed eventualmente in che modo, una riconsiderazione di quella che abbiamo chiamato la "persuasione tentata" possa contribuire ad una migliore comprensione della nostra linguisticità.
c) Nel suo farsi all’interno dell’interazione verbale, la persuasione si realizza non solo attraverso il contenuto linguistico espresso, ma anche attraverso l’insieme, multimodale e complesso, di effetti di senso prodotti e trasmessi attraverso la voce e il corpo. Una riflessione filosofico-linguistica sulla persuasione non può prescindere, dunque, da questi elementi.
d) Rispetto alle questioni che ci interessa affrontare, non riteniamo utile (crediamo anzi che possa rappresentare un ostacolo) la tradizionale distinzione tra “persuadere” ("ueberredung")e “convincere” (ueberzeugung"), una distinzione che associa gli aspetti soggettivi, privati, emotivi (se non del tutto “irrazionali”) al primo termine e quelli oggettivi, pubblici, cognitivi, (gli unici ritenuti “razionali”) esclusivamente al secondo (Kant, "Critica della Ragion Pura",II, II, cap. 2, sez III e C.Perelman, L. Olbrecht-Tyteca, Trattato dell’argomentazione, p. 30). Una simile opposizione separa, infatti, troppo nettamente aspetti che sono invece intrecciati tra loro. Collocare la persuasione al cuore della natura umana consente, crediamo, di considerare sotto una diversa luce anche questi duali
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