"Collaborare stanca": vissuti e motivazioni dei collaboratori di giustizia tra dimensioni individuali, dinamiche sociali, scenari normativi e politici

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Una volta ricostruito lo scenario di fondo, si tenterà di individuare quelle che Weber (1958) ha definito le “omologie strutturali”,parallelismi tra strutture fondanti e casi singoli di vicende che hanno per protagonisti i collaboratori di giustizia, nellaconsapevolezza che il concetto stesso di causalità applicato ai fenomeni sociali, possa tutt’al più far pervenire ad una “spiegazionecomprendente” del fenomeno, nella quale i tratti “tipici” e ricorrenti siano indisgiungibili dalla dimensione situazionale, soggettivae – quindi – irripetibile.Partendo dalla ricostruzione di alcune significative storie di collaboratori, intendiamo rileggere le loro testimonianze all’internodello scenario macrosociale per individuare aree e nuclei di aggregazione di senso, dentro i quali i vissuti soggettivi si riflettono eriflettono l’influenza e il peso dei fattori sociali.Verificare, ad esempio, quali e quante possano essere differenze e tratti comuni tra le vicende personali e le “carriere sociali” di exuomini d’onore che hanno deciso di collaborare in epoche differenti. In tal senso – per dare una idea del come si intende procedere– sono state individuate alcune fasi specifiche del fenomeno e al loro interno isolate alcune storie di collaboratori da analizzare,seguendo il duplice binario sopra descritto. Così, ipotizzando di poter suddividere il fenomeno in quattro fasi principali – checorrispondono a precisi periodi storici – all’interno di ciascuno di essi selezioneremo casi esemplari di storie, all’interno delle qualisia possibile individuare la sfera delle motivazioni soggettive (quantomeno quelle manifeste) per ricostruire se e quali siano i legamie le interdipendenze fra le storie di vita e gli scenari macrosociali.Il nostro scopo è duplice; da una parte, offrire un contributo sia a livello conoscitivo sia in chiave descrittiva, di ricostruzione discenari normativi, politici e sociali; d’altro canto, ci si prefigge di offrire un contributo originale nell’analisi e nell’individuazionedi nessi e aree di senso che consentano di collegare la sfera dei vissuti con quella della socialità. Evidenti, in tal senso, sono lericadute pratico operative di un siffatto procedere.

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Il fenomeno della collaborazione con la giustizia di membri delle organizzazioni criminali mafiose, riceve in Italia una suaconfigurazione normativa solo all'inizio degli anni '90. Il primo provvedimento legislativo è, infatti, la legge n. 82 del 15 marzo1991, che verrà via via successivamente aggiornato nella sua parte applicativa da una serie di disposizioni a carattere legislativo eregolamentare.Il fenomeno, tuttavia, acquista una sua rilevanza intorno alla metà degli anni '80, quando alcuni dei cosiddetti collaboratori storici -fra i quali Buscetta, Calderone e altri - cominciano a rivelare quanto a loro conoscenza circa le strategie, le attività, la struttura e isingoli episodi delittuosi di Cosa Nostra.All’epoca, l'unico riferimento normativo restava quello delle attenuanti previste per i collaboratori imputati di reati di terrorismo edeversione (L. 6/2/1980 n. 15). Un precedente solo orientativo; molto diverse erano, infatti, le motivazioni, le finalità e lecaratteristiche dei due contesti associativi e, dunque, le ragioni di fondo alla base della scelta di collaborare.Se questa era la situazione in Italia, negli Stati Uniti già nel 1970 era stato varato il Witness Protection Program che garantiva piùampie e concrete garanzie al testimone/collaborante.Il provvedimento varato in Italia nasce, quindi, dalla congiunta esperienza di due diversi ambiti normativi - italiano e americano -adattato, però, alle specificità dei reati di associazione mafiosa e al particolare contesto italiano. Per un decennio, la legge n. 82 del15 marzo '91 consentirà di ottenere notevoli successi operativi e un progressivo incremento (soprattutto tra il 1992 e il 1995) delnumero di ammissioni al programma di protezione. Negli anni immediatamente successivi al 1995 - che segna l'apice del fenomenocon 397 ammissioni - si assisterà ad una progressiva diminuzione degli ingressi e a un fenomeno diffuso di delegittimazione deicollaboratori; nel 2000 si registreranno solo 91 nuove ammissioni.In questo mutato clima, nasce la legge del 13 febbraio 2001 con la quale viene modificata in senso restrittivo la disciplina diprotezione.Se questa, in estrema sintesi, è la cornice normativa, occorre, però, tenere conto di altri fattori entro cui si compie taletrasformazione (Sciarrone 1998; Dino 2002; Becucci/Massari 2003). Il periodo d'oro della collaborazione si realizza grazie ad unaconvergenza tra fattori sociali, politici e un particolare "stato di salute" dell'organizzazione mafiosa, tutti favorevoli al processo discardinamento del sodalizio criminale. In un primo tempo, infatti, le dichiarazioni dei “pentiti”, la linea di rigore delle istituzioni, laforte riprovazione sociale maturata nell'opinione pubblica dopo le stragi del 1992-1993, una valutazione politica più attenta delpericolo mafioso, non solo favoriscono il fenomeno della collaborazione ma consentono anche di registrare notevoli successi sulpiano operativo, arrivando a far ipotizzare come prossima una definitiva sconfitta della mafia (Schneider/Schneider 2003). Inumerosi successi registrati dall’attività repressiva, il venir meno della certezza d’impunità e l’acuirsi del livello di scontro, crea inCosa Nostra una vera e propria situazione di “sbando” che favorisce – anche solo per calcolo strumentale – la collaborazione conlo Stato. Sintomatico è il fatto che i nuovi “pentiti” denuncino il loro profondo disagio, una vera e propria crisi di identità,affermando di sentirsi “traditi” dall’organizzazione e di non riuscire più a riconoscersi all’interno di un gruppo che ha rotto il pattodi fiducia con i suoi me
StatusFinished
Effective start/end date11/30/0412/22/06